La funzionalità e la duttilità del contratto di mantenimento

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Sempre più spesso, in Italia e, come del resto, in tutte le nazioni occidentali, essendo questi, stati ove l’età media aumenta costantemente, si ravvisa la necessità di cercare rimedi di natura giuridica, e non solo, volti a garantire l’assistenza morale ed anche materiale delle persone anziane e, al contempo, delle persone con gravi disabilità, anche e soprattutto in prospettiva futura.Parliamo del contratto di mantenimento.

 

Tra i vari strumenti che l’ordinamento giuridico italiano mette a disposizione della collettività, in tal senso, vi è il contratto di mantenimento. Il contratto di mantenimento rientra nell’alveo dei contratti cosiddetti atipici, in quanto il negozio giuridico in analisi non è esplicitamente disciplinato dal Codice Civile. Tuttavia, il detto contratto è da ritenersi, ad ogni modo, legittimo, e quindi ammesso dal nostro ordinamento, atteso che, il legislatore, mediante la previsione ex art. 1322, cod. civ., riconosce la possibilità alle parti di stipulare contratti che, tecnicamente, non appartengono ai tipi -dove per tipi è da intendersi tipologie contrattuali espressamente previste e disciplinate dal legislatore- purché, i summenzionati contratti atipici, siano diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela in ordine a quanto generalmente disposto dall’ordinamento giuridico. Pertanto, atteso che, i contratti di mantenimento, sono dei tipi contrattuali nati e sviluppati dalla prassi, ovverosia, nel corso del tempo con l’utilizzo che ne è stato fatto da parte dei consociati, rientrano a pieno titolo nella categoria dei contratti meritevoli di tutela, secondo quanto disciplinato dalla norma da ultima citata, quali contratti atipici. La larga diffusione pratica del contratto di mantenimento è giustificata dalla natura stessa del negozio giuridico in parola. Ed invero, tale tipologia contrattuale è in grado di soddisfare reali e specifiche esigenze delle parti interessate e, in particolare, del vitaliziato, il quale, essendo persona anziana o persona con gravi disabilità non è più autosufficiente e, ad un tempo, non dispone della necessaria liquidità economica imprescindibile per affrontare un momento della vita che comporta determinati tipi di esigenze. Svolte queste considerazioni preliminari, pare doveroso precisare che, il contratto di mantenimento, è quel contratto che coinvolge due parti, vale a dire il vitaliziante e il vitaliziato. Infatti, da un lato vi è il vitaliziante il quale conferisce al vitaliziato il diritto di esigere vita natural durante di essere mantenuto, quale corrispettivo della alienazione di un bene suscettibile di valutazione economica e, quindi, di un bene mobile, immobile o della cessione di un capitale1 . Il contratto di mantenimento seppure, come detto, atipico, presenta diversi tratti caratteristici comuni con la rendita vitalizia prevista e disciplinata dagli artt. 1872 e ss. cod. civ. che, essendo per l’appunto disciplinata all’interno del Codice Civile, è un negozio giuridico tipico. Nonostante le affinità tra i due istituti giuridici, in questa sede si rende necessario precisare che la rendita vitalizia si differenzia dal contratto di mantenimento sotto diversi aspetti.

 

Gli elementi che si riscontrano in entrambi i negozi giuridici in oggetto, sono, in primo luogo, rappresentati, dagli effetti che producono, considerato che, da un lato, per il soggetto beneficiario della prestazione si delineano effetti obbligatori mentre, dall’altro, per il soggetto obbligato alla prestazione, nascono effetti reali costituiti dall’acquisto immediato del bene. Le due figure giuridiche sono entrambe basate sul consenso delle parti e possono essere tanto a titolo gratuito che a titolo oneroso e, in quest’ultimo caso, si debbono qualificare quali contratti di scambio, con attribuzioni rispettive. A fronte di quanto sopra considerato, altro elemento utile a distinguere le due fattispecie negoziali è l’alea.

 

Giustappunto l’alea è il rischio, al quale, ciascuna parte, si sottopone al momento della conclusione del contratto dato che, nel momento della sottoscrizione, si presuppone una situazione di incertezza dalla quale dipenderanno le sorti dei vantaggi o degli svantaggi di natura economica in favore dell’una o dell’altra parte, a seconda della durata della vita del vitaliziato nonché in relazione all’entità ed alla qualità delle prestazioni materiali e spirituali, considerato che le stesse non possono essere quantificate a priori con la stipula del contratto. Sebbene l’aleatorietà è, come visto, elemento caratterizzante tanto per la rendita vitalizia quanto per il contratto di mantenimento, allo stesso tempo costituisce una peculiarità che facilita ulteriormente la distinzione tra gli stessi negozi giuridici. Difatti, mentre nella rendita vitalizia l’alea è collegata esclusivamente alla durata della vita del beneficiario della rendita o di altra persona, nel contratto di mantenimento, si è soliti parlare di doppia alea.

 

Ciò in virtù della circostanza che, in ordine alla figura contrattuale in oggetto, l’aleatorietà è collegata tanto alla durata della vita del vitaliziato quanto all’incertezza dovuta alla mutevolezza delle prestazioni, le quali non possono essere predeterminate in misura certa. Con particolare riferimento alle modalità di stipula, del contratto in analisi, pare conveniente ravvisare che il detto accordo va sottoscritto dinanzi al notaio, il quale, alla continua presenza dei testimoni, procedendo con l’indagine delle effettive volontà delle parti coinvolte, assiste e guida le stesse nella determinazione del contenuto del contratto, in ordine a misura, qualità e oggetto delle prestazioni, modellandolo in funzione delle esigenze e delle volontà del vitaliziato. Nel contratto di mantenimento occorre che non vi sia una sproporzione originaria tra la prestazione del vitaliziato e quella del vitaliziante, al fine di scongiurare il rischio di un uso distorto del negozio giuridico in oggetto.

 

All’uopo bisogna rilevare come, il contratto in parola, è nullo, qualora sia privo di alea e, congiuntamente, qualora vi sia una forte sproporzione, che si verifica allorquando il valore del bene ceduto dal vitaliziato ha un valore sproporzionato da valutarsi con riferimento alle presumibili prestazioni del vitaliziante. In altri termini, il contratto di mantenimento non è da inquadrarsi quale species e, quindi, come una manifestazione della rendita vitalizia, al contrario è da ritenersi quale contratto innominato e atipico e, pertanto, quale negozio giuridico a se stante. Fermo restando, dunque, la netta distinzione con la rendita vitalizia, bisogna porre l’attenzione sulla circostanza che le prestazioni del vitaliziante sono caratterizzate da una forte personalizzazione, in virtù dell’ intuitus personae, che rende spesso infungibili le prestazioni medesime.

 

Per ciò che concerne la prestazione del vitaliziato, questa si caratterizza nel trasferimento e, dunque, nella cessione di qualsiasi bene suscettibile di valutazione economica, ossia diritti o beni, immobili, mobili registrati e mobili come ad esempio danaro o quote societarie. Orbene, nel caso in cui, la prestazione del vitaliziato consiste nel trasferimento del diritto di proprietà della casa di abitazione, lo stesso, può riservarsi, in suo favore, il diritto di usufrutto o di abitazione. Per contro, in ordine alla prestazione del vitaliziante occorre rilevare che quest’ultimo, in forza del contratto di mantenimento, si impegna a prestare assistenza morale e/o materiale nei riguardi del vitaliziato, configurandosi, in tal senso, un vero e proprio obbligo.

 

Tant’è che la prestazione di mantenimento consiste, in particolare, nel vitto, nell’alloggio, nell’assistenza medica, nella pulizia della casa e della persona, nella compagnia, inglobando, pertanto, sia obblighi di dare, quali gli alimenti, che obblighi di fare, quali, a titolo esemplificativo, l’assistenza, la pulizia e la compagnia che, come detto, sono caratterizzati dal principio dell’ intuitus personae. Infatti, le modalità di esecuzione della prestazione, da parte del vitaliziante, sono continuate e variabili, e consistono nell’assistenza materiale e/o morale del vitaliziato, ampia e discrezionale, determinata dalle parti, in conformità a quanto dagli stessi pattuito al momento della stipula. Inoltre, le prestazioni non possono essere predeterminate, in misura certa, nel loro ammontare, ma variano di giorno in giorno a seconda delle necessità e consistono prevalentemente nel fare.

 

Unitamente a ciò bisogna considerare che, sebbene è da escludere la possibilità di prevedere che l’assistenza venga prestata da terze persone, sempre in ossequio alla imprescindibile natura personale delle prestazioni del vitaliziante -c.d. intuitus personae- , è prospettabile un contratto a favore di terzo, secondo quanto stabilito ai sensi dell’art. 1411 cod. civ. In quest’ottica, il vitaliziante, pur assumendo esso stesso l’obbligo di assistere e mantenere il vitaliziato, può designare un terzo soggetto quale beneficiario del trasferimento del bene ricevuto quale corrispettivo del vitalizio. A differenza di quanto viene a verificarsi nella donazione, nel contratto di mantenimento, una volta che si verifica il trasferimento del bene, come contropartita del mantenimento, il medesimo bene che forma oggetto di trasferimento non rientra nell’asse ereditario e, quindi, qualora il vitaliziante sia anche erede, alla sua porzione di eredità non si potrà imputare il bene trasferito col contratto in argomento, non essendo il detto bene soggetto ad azione di riduzione. Atteso che il diritto o il bene, quale corrispettivo del mantenimento, viene trasferito in favore del vitaliziante al momento della sottoscrizione del contratto, si pone il problema di un eventuale inadempimento da parte del vitaliziante medesimo. Il legislatore, all’uopo, prevede che, in tale evenienza, il vitaliziato per vedere tutelate le proprie ragioni e, conseguentemente, il proprio diritto alla corretta esecuzione del mantenimento, può rivolgersi al giudice al fine di ottenere la risoluzione del contratto, così come disciplinato ex art. 1452 cod. civ. e, qualora venisse accertato tale inadempimento, ne conseguirebbe la restituzione del bene al vitaliziato.

 

Del resto, l’autorità giudiziaria adita, potrebbe statuire un compenso in favore del vitaliziante inadempiente per le prestazioni comunque dallo stesso rese. Ulteriore rimedio ad un eventuale inadempimento del vitaliziante è rappresentato dalla clausola o dalla condizione risolutiva di inadempimento, da inserire all’interno del contratto di mantenimento. Tuttavia, anche se dovesse intervenire la risoluzione del rapporto contrattuale, non verrebbero in alcun modo pregiudicati i diritti acquisiti dai terzi, facendo salvi gli effetti prodotti dalla trascrizione della domanda di risoluzione, ai sensi dell’art. 1458 cod. civ. A ciò si aggiunga che è altrettanto possibile, mediante la previsione di apposita clausola contrattuale, il trasferimento degli obblighi, qualora il vitaliziante venisse a mancare, agli eredi, ai legatari o agli aventi causa del vitaliziante stesso, precisando che gli obblighi potranno essere assolti anche mediante l’adempimento di terze persone, nel pieno rispetto del principio della natura personale che connota le prestazioni del vitaliziante. Deve infine aggiungersi che, sotto il profilo della tassazione, qualora il bene trasferito quale corrispettivo del mantenimento, sia rappresentato da un immobile abitativo, per i quali si applica il regime del “prezzo valore”, l’Agenzia delle Entrate3 , ha precisato che, il suddetto regime, si possa applicare anche ai contratti atipici di mantenimento, con la conseguenza che la base imponibile per l’applicazione delle imposte di registro, ipotecaria e catastale, potrà essere determinata, a seguito di specifica opzione, sulla base del valore catastale dell’immobile, purché sia riportato all’interno dell’atto il corrispettivo pattuito.

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